[ Progetto_Baccanti ]

TRANCE BAKXAI
di Isabella Bordoni

io
-responsabile di questo sguardo,
qui - dove tutto è calore, ora - che anche i muri hanno orecchie
ed occhi per confondere,
io qui ora forse vorrei forse potrei... indugiare ancora sulla grana della menzogna?
ma nooo ma nooo forse è nella distanza ecco sì nella distanza è la prossimità del gesto della carezza che vela che svela e non possiede e non ferisce e non giudica e non sopprime
la carezza
mutilata del dire, carezza di senza parole carezza loquace corolla e sponda che sia, che sei.

Inchinata ora ad ora, assalita e sempre colpevole, mi lascia ferite tortuose che sono questo desiderio che ho, di ombra di luce.
Inchinata ora ad ora, giorno e notte e giorno e sempre colpevole, sempre derisa, sempre in cammino, sempre in ritardo, sempre sul principio di dire.
Inchinata ora ad ora
mai prima d'ora la squadratura della campagna mi era apparsa cosô chiara, o è solo forse che non lo ricordo, ma è certo che già prima d'ora avevo visto il mondo comporsi per spessori di verde, semicerchi nel finto qui dei tanti.

Vieni qui,
vieni qui, vieni qui nella spartizione equa. Dove all'inizio non sia più freccia, solo colla compatta.

Voglio che questo corridoio mi porti nell'anfiteatro dei simboli, dirò di più: voglio che stretta in fiabe e finali distratti se raccolgo i capelli distolga le mani dalle mie ostilità. Di più: voglio che nel mentre che qui si dispiega, sia vento forte d'aurora.
Se necessario dirò di piú.

Tra poco dimentico il mio nome e allora
attraverso gli specchi e allora
scompaio,
è un vago sentimento di malinconia che si raddensa

: si sta bene qui :

questo è il giorno degli dèi che tacciono
questa è la notte degli dèi che tacciono,
bruciano le case nelle grandi pianure bruciano le case sulle cime dei monti
bruciano le case e dentro alle case
bruciano i mobili, scappano i bambini, non si può stare lì
, brucia l'anima brucia di desiderio
, la meteora si è sganciata la galassia è persa la scintilla piú piccola si è fatta fuoco fuoco e fiamma bruciano la pietra!

Ho dimenticato tutto: ho dimenticato le parole che servirebbero a mentire, ho dimenticato le menzogne che servirebbero a dimenticare;
appoggio un piede nel mare un piede lo appoggio nella terra, sulla pietra.
Affonda così la mia vita nella sua vita sedimentata e fossile.
Si travasa l'ombra del giorno passa di corpo in corpo,
ecco
è la sera!
Per quel poco che resta, mandami boccali di luce!
Sopra,
più in alto dei pali e dei fili della luce
io la vedo la vita scheggiare
l'involucro del tempo:
posarsi come freddo anzi gelo
farsi rugiada e poi mutarsi in echi sgocciolanti...Domani!
Oggi è il tempo dei ghiacciai, il tempo che si sta preparando pare ora
... :
sgocciolio dell'acqua sull'acqua.
Sotto,
un soffio immemore raggela movimento e quiete tra le ciglia degli alberi, apre e chiude il vento le foglie di acanto
prima del loro sonno e dopo
su colonne
corinzie.
Anche con debole vento esse spasmano in torsioni di luce, in una brama di caducità.
Ma già in quella pietra sempreverde traspare anzi suda l'esistenza fossile che conserva il canto!
Ciò che sta nel mezzo
riposa o vaga tra sponda e sponda, nel mezzo lei la sonnambula, la portatrice d'acqua, non sente nessun dolore
sono spezzate le lance diventano semenza di vita.
Non è affatto faticoso il suo lamento e non lenisce nessuna pena...Sola, lei si
assopisce per secchezza -sebbene la marea la
inondi- eppure questa stanchezza ora le
basta!
Intorno,
intorno non è che sia movimento o quiete ma un tutt'uno
: non uno o l'altra ma insieme
tensione minerale,
lei pozza e sorgente lei soglia
dove tra lì e non-lì talvolta -talvolta- nessuna differenza.

Vedi
dopo la pioggia, per la strada, la luce scorre come
sangue.
Non la dimenticare!
Dice l'inganno -dice- e forse dice la fatica, dice l'attesa, dice
perdonami figlio le veglie gravide d'ansia, dice
tua madre nella tana ha pungiglioni d'oro. Dice
sono tornata, eccomi infine
arresa
colpevole
arresa.
Insegnami il gioco essenziale di chi cinge ciondoli e fianchi
insegnami a ridestarmi in un trucco di coltelli e follia
insegnami a riposare con l'acuta perplessità che si diffonde a cerchi concentrici.

Tu mi hai promesso l'Eternità. Non io - non io - .
Tu hai accecato la lepre quando quel soffio ti diceva la fuga ed era non-lì, non-quella la strada o giusta o sbagliata che fosse solo stridore di ferri su rotaie e pioveva un fetore di panni sporchi ed era non-lì, non-quella, ma solo una bestia in fuga e spaventata.
Urla lo strazio di tua madre che ti ha partorita cieca eppure non-lì, non-quella la ragione in cui o morire o rinascere e portare quella vendetta
lontano.
Ecco
salgono femmine multiformi a scorticare questa anima:
con le unghie
vorrebbero scalfire quel poco di corteccia che protegge il mio cuore
con la lingua
oserebbero sottrarmi la resina
amara e
l'arsura.
Bestie sudice succhiano i vestiti accovacciate su latrine di pensieri.
Si spacca marzo in due: di qua e di là da venire il tempo rigonfio del mandorlo feconda la terra con piccoli fiori bianchi...
Dove ho disobbedito..., dove ho taciuto..., dove ho deluso...?
Si spacca l'anima disobbediente
: da i tetti delle case
in ogni città
cola
la vita debole.

Nel giorno che esalta la colpa con luce piena,
sdràiati allora su questo letto
deponi la scaltrezza, addolcisci i sensi,
scalfisci il cono d'ombra fatto di ingratitudine e pregiudizio, strappa
quel velo che tira e fa male.

Vorrei parlarti con delicatezza
e sfrondare la saggezza che tenta e
svapora.
Ci sono volte
che il tuo viso mi è patria,
patria infuocata di coraggio ed ardesia
e sul fiume che porta alle parole ho sacrificato talvolta il senso -ho sacrificato- ma era già brace, già cenere...
Talvolta dall'acqua emergono parole e sono parole
sazie, colme di alghe e pesci.
Così
rammendo sul tuo volto
la pazienza che ti manca...
poi
alla sera ti laverai con acqua e sale
: potrai rientrare nella casa.

Sospesa
tra cielo e terra
le ali del serpente mi circondano di collera
io
volevo essere
un fanciullo cavaliere,
ma nemmeno le parole, nemmeno il tempo, tutto era diverso
; su questo ventre da bambina passa un coltello da parte a parte
: quando ho ucciso quella figlia guerriera?
Quando ho disobbedito?

Dissipate le certezze, sfinisciti!
Batti le ali ora, trattieni il fiato ora, ora sei
nel corridoio che va dalla camera al bagno:
disvela i doppifondi dell'anima
ma non chiedere nè buio
nè luce
ti sia sufficente
lo sguardo.
Sfonda lo spazio che resta: tra lì e non-lì solo questa trasparenza.
Riposati sulla mia spalla,
guarda!
La cima della betulla si piega,
rosso si spande di sotto, gocciola
sulle terre basse.
Vieni ora, riposati
un tempo glorioso ci ordina di tacere!

Non c'è traccia di me tra i rami
c'è
non c'è traccia di me c'è
nei grappoli c'è
- non c'è non c'è -
- traccia di me -
un buio!
che sono grumi di pietà
nella sera.

Fatti illuminare
fino a dove non arrivano gli sprechi del guardare
nelle ore bagnate di quando la cecità
ci duole.
Fammi tendere l'orecchio alla tua pancia,
fammi ascoltare il ricordo
che porta
di quando si frantuma il tormento
in spesse croste d'argilla.
Vorrei
risillabare le parole
a spicchi,
agrumi che dissetano
nell'ansia di prender forma.

- il 15 ottobre del 1945
- al 7. piano di un edificio che sorge nel centro economico della città
- alle 12 e 20 una scossa di terremoto lo sospinge verso le braccia del signore che aveva di fronte.
è uno smarrimento che corre lungo il 14. parallelo è un brivido, e sui bordi dei calici è un brindisi, sui binari è un saluto, che emozione nell'astuccio del trucco è prendere tra le dita i frammenti di specchio!
La dentiera gli sorride di fronte fin troppo pallida. odore che arriva lento e poi è. Se non è una bugia allora è la giacca che odora di battericida, odore acido nel mezzo, intrisi ne sono petto e ventre se si chiamano petto e ventre quelle zone del cosmo che a volte raggiungono un corpo portandone la memoria straziante di odori.
È la 4. volta che accade in cosí tanti anni.
Nel mezzo della stanza da letto ha 4 anni sua sorella più grande di lui di 2 anni e mezzo, non una parola accompagna quel risveglio. Addosso solo pelle d'elefante, intorno l'odore di zolfo gonfia le mandibole ma non è quello.
L'odore è sugli scalini di ferro di una scala di sicurezza, un ospedale che porta un nome di vento ha 21 anni ed un languore che calpesta con tenacia passo a passo, gradino a gradino. Ignora quella matematica del sangue ma piantona quella vita con simmetria.
Si vede il mare da qui ma non si capacita per questo! L'orientamento della stanza è l'unica consolazione contro il vortice che svuota la testa.
Qualcuno dice qualcosa come ho paura di morire senza accorgermene, qualcuno dice qualcosa come se fosse così non sarebbe male. Lui si sente piccolo, si sente insieme grande e piccolo, lui non può crederci.
Pensa se non fosse per la putrella che esce dall'acqua sembrerebbe tutto cielo. Prova a dirlo, un po' lo dice ma è l'intonazione sbagliata.
La paralisi della parola lo frega nella grammatica, è questo che lo tradisce sempre.
Vorrebbe avere un discorso corretto ma non gli esce.
Non fa tentativi per la letteratura.
Qualcuno ha 28 anni sono giorni questi che lui guarda nell' orologio le lancette muoversi sempre troppo lentamente, il tempo non passa mai. ora è lo stanzone con 6 letti a riempire la prospettiva di uno sguardo, ci sono soli ed ombre sparsi sul pavimento, anche sulle coperte.
Qui dentro la resistenza della specie si misura con la tolleranza alla luce, si annusa nei corridoi nelle stanze sterili nei camici verdi, non dimenticherà mai le palpebre di Semele, lo sa già, non la geografia tatuata sulla carne, non la tenacia di un cuore che porta un figlio in tragitto tra mondo e mondo.
Tenta una morale che non capisce, tutto gli sfugge, nulla lo accompagna.

Le vite parallele lo scherniscono avvolto in un sudario.

È piccolissimo, è il pi ù piccolo del mondo, ci si veste leggeri ora, senza cappotto. Se ti avesse conosciuto allora!
spartirebbe con te l'emozione di questa svestizione a primavera.

Veglia sul respiro familiare con la coda dell'occhio.
Veglia sul languore distribuito sui corpi
veglia sull' incredulità
sulla trasparenza dei tanti occhi, sul mistero della specie. Vede onde,
onde che vi passano attraverso, come onde le sue ciglia turbolente incorniciano barili di acqua senza fondo.
Nella camera da letto i respiri sono tutti diversi e compongono ogni notte le partiture del sonno.
I nemici bisogna combatterli fin dentro a quei sonni ma non si può lottare contro la metafisica dei nervi.
Semele ha un sorriso veloce e parole chiare. Semele ha coraggio da vendere. L'ha accompagnata fino a lì un trucco da maestro ed una discreta fiducia nella chirurgia. Ha trovato a suo tempo un senso nell'elogio dell'ombra, nella partizione delle voci, questo accadeva prima e dopo di lì.

Non mendicherà mai più un sorriso puro ma anelerà a quello sempre già lo sa,
con l'angoscia di un bambino!
Era l'inizio del nuovo corso, era lo sguardo fermo per le parabole dei voli, erano ago e filo per la sutura della coscia, era l'inno di un dio fatto uomo, erano l'elmo lo scudo la spada, era proteggimi da questa bontà, era il guanciale intriso di sudore, era prima delle braccia molto prima della distanza che va dalla camera al bagno, era conducimi ancora nell'arcipelago dei sogni, era come vorrei starti ancora vicino, erano saliva e rimpianto, era impasto di cenere.

Era l'alfabeto delle mani, era il ritmo visibile nella gola, era il balbettìo dei sentimenti, erano la piega la soglia la mano nella tasca, era la mappa dei tesori, era lo scrigno delle sentenze, era il dio della sosta e della tregua, era oh poterla vedere un'alba come quella!

Era la sospensione del giudizio,
era la sorte di un uomo solo,
era il declino di una città,
era perchè non ridi ancora!

Sta sdraiato accanto al fuoco sotto la cenere,
è paziente ma io so che mente.

- Ci sono formiche dappertutto, è difficile credere che ne possano esistere di così piccole.
Fanno ombra sul muro e stendono un'ombra che si muove sul tavolo. Escono da ogni parte. Ci sono fiori sul tavolo e con due mani qualcuno li mette al sicuro da lì. È l'inverno del '41 la finestra è aperta perchéè non ci sono piú i vetri, ma è difficile credere che le formiche rinuncino alla primavera. C'erano dei fiori sul tavolo, erano bianchi, ma questo era prima, poi sono rimasti per terra per via di due mani che li hanno spostati, poi sono rimasti per terra e poco lontano le mani. Le mani sono attaccate alle braccia e poi tutto il resto. È difficile credere che questo sia il posto giusto per stare.

Poi arrivarono le scale, scale a chiocciola come quelle sognate per anni e fuori da lì le campane. Le campane non si vedono mai ma si sentono sempre. Sempre. Si sentono i passi di qualcuno che scende e che sale le scale, lo fa di continuo, lo fa sempre. Sempre. Non smette mai. Sono passi veloci e questo fa pensare che siano gambe leggere. Questo fa pensare che le scarpe siano quasi eleganti. È difficile credere che possa non essere così.

Tre anni prima a Budapest. Un tè di importazione fatto cadere troppo caldo quasi bollente nelle orecchie entrambe procurò lesioni interne presto degenerate in parotite. Il samovar passò ancora caldo di mano in mano, esse non godettero di aroma migliore nei molti mesi successivi. Nel dicembre del '39 quel che il tempo custodiva non era che all'inizio.
Passando così dalla finestra la notte batteva con coltelli alla tua porta, trovava momentaneo conforto sulle pareti gił scure, la notte aveva ali e becco di rapace ma diceva che non era vero che non era vero, eppure se solo le avessi tappato la bocca con la mano oh, allora! porti fluviali avremmo visto!
Quando aprendo la mano infine grata, oh potere una volta vedere il colore delle dieci pupille gemmate dal centro!
Nel '4O quando Emir tornò con un ricordo di risata greca chiuso dentro all'orecchio sapeva e non sapeva che sulle piene del Voyussa, del Sarandaporos, del Kalamàs pioveva ancora. Sapeva e non sapeva che nel '41 a Berlino, nel '39 a Danzica, nel '40 a Tatoi, a Teheran, a Corinto era gił rimasto tatuato piŁ volte il suo viso sul palmo di qualche saluto, tatuato nel miraggio magnifico delle lingue. Come piŁ che fratelli e sorelle di sangue e d'idioma, tatuato attraverso i millenni e gli sfondi del mondo, tatuato in piŁ che un ricordo o pellicola o sindone, tatuato.
Sullo sfondo l'immagine in bianco e grigio ora occupa il tempo ad aprire la mano ed onora quell' ombra che questa, da sempre, rimanda sul muro.

A Berlino, allo Zoo, sono esplose le gabbie e gli animali. A cinque isolati da lì ci si è salvati solo per errore.
L'unica cosa vera è la zebra che corre in mezzo alla strada, è già dal 5 settembre che sono chiuse tutte le sale da ballo, con le sbarre divelte degli zoo e le fedi nuziali d'Europa fondono nuove campane.
Sono trascorsi gli stormi numerosi, sono passate come meteore le rondini, in volo orizzontale a compiere lo sposalizio tra il movimento e l'attesa, sapienti nell'algebra del volo.
Chi abitava questa casa non ha lasciato tracce, eccetto un' impronta alla finestra che è rimasta là dove si affacciava più spesso ora si allarga ora si stringe l'ombra dei desideri, irrimediabile. Se non fosse per questo dettaglio nemmeno io l'avrei capito, ma ora che so, questo fa pensare che i capelli non fossero ancora corti , questo fa pensare che le dita fossero gił impazienti.

Qualunque nome abbiano dato questa volta alla vittima, giuro non sarò io!

Sono meteore. Sono mobili nuvole nere e lasciano buchi improvvisi in improvvisi rumori. Il mio corpo brucia. Lo oltrepassa la luce di taglio e lascia sottili ferite di lame sottili. Lo sento svanire e sento il rumore che fa quando sgorga dal cuore, quando esce dai pori l'odore che cade per terra, l'odore che resta nell'aria.
Lo bagno ma brucia. Brucia il mio corpo dal cuore.

Voglio raccontarti una storia.

Tutto comincia con dei fiori.
Tutto comincia con dei fiori in una sala.
Tutto comincia con dei fiori in una sala con tante porte.
Tutto comincia con dei fiori in una sala con tante porte ed è difficile dire quale sia lŇentrata principale.
È un posto dove è già stata.
È un posto dove è già stata o simile ad altri dove è già stata.
È un posto dove è già stata o simile ad altri dove è già stata o dove potrebbe essere stata.
Tutto comincia con dei fiori in una sala con tante porte ed Ć difficile dire quale sia lŇentrata principale, Ć un posto dove è già stata o simile ad altri dove è già stata o dove potrebbe essere stata o dove un giorno sarà.
C'è un pianoforte a coda.
Sicuramente è un posto dove è già stata, arrangiato in una ricostruzione planimetrica.
Ci sono dei fiori a terra ormai secchi disposti a ventaglio sono gladioli in un vaso con acqua ci sono dei fiori freschi gladioli rossi.
Sta cercando qualcuno....ecco sì,
questo può interessare!
Ha comprato dei fiori ora li sta mette vicino agli altri a fingere un dono. La storia degli altri fiori è la stessa.
Non può dire ciò che succede ora
: se si sveglia contrazioni al ventre e dolore alle cosce non la fanno camminare, se dorme vigila e non s'abbandona.
Apre una porta. Al di là della porta un bagno.
Una giovane donna, è bella ed elegante, lava dei tubini di plastica dice ne farò maniglie per le mie valige di cartone.
Dice sì, se ne possono fare di maniglie così. Ma perchè la nausea la stordisce a tal punto?........
Quel che succede ora non può dirlo, solo lavandini nel bagno. Ad un lavandino la donna lava via il sangue dai tubini, ha detto ne farò manici per le mie valige di cartone........
Torna nell'altra stanza, un pensiero all'erbetta nella tazzina da caffè, ma è già buio dentro,
nel mezzo del palco ma in un palco talmente piccolo quattro donne neri i capelli e lunghi i vestiti e neri camminano in fila camminano piano piano camminano sulle punte, le braccia finiscono prima dei gomiti, il resto è nel bagno , ma dura poco.
Cosô ci si arresta diffronte a qualcosa di irragionevole e non si può che comprenderelo e basta.

Ancora non sa persuadersi
sono fiori a quattro petali, davvero ne esistono di fiori così?
Coprono per intero il tavolo della sala sono anche per terra, sono dappertutto, appartengono ad una stoffa con cui ha suffragato i risvegli e le attese
ed è urna, urna sensibile dei corpi, urna dei corpi sensibili
abito bianco da sposa.

Ascolta ombre si appoggiano sono di ombra
- questo è il tempo che disorienta -
ascolta come si appoggiano sono dall'ombra
ombre di brace
giravolta
di penombra
ombra
della penultima ombra
lungo bisbiglio è un filo di luce la tua bocca
ombre di fuoco si appoggiano su guanciali se
il giallo è il colore sbagliato perchè è sempre il giallo che mi torna tra le mani ?
ascolta ti chiamo madre e madre sei sei di stoffa tu di capelli
madre ti chiamo madre se madre sei e madre sei voglio dire di te sei
appoggiata al
tuo
giallo di foto
grafia sei
giallo di madre
perla sei

y : non ... Ć per questo che sono qui

x : se fuori ... qui aspetta...mi ... ma non è questo che temo.
Ho salutato il giovane asiatico alla svolta precedente di questa vita, lô, issate su arazzi, c'erano mediocri ballerine a fare cerchio intorno a noi mentre dai fili di rafia ne facevamo trecce e nodi e tessiture. Nell'intreccio dei fili erano i destini che si incrociavano talvolta ... È lì che ho visto illusioni cadere per sempre guardandomi spalancare la bocca nell'estasi idiota di un bacio. In quello specchio anche se ero lontana la mia immagine vi era impressa piŁ che in un riflesso; ho temuto di cedere all'incredulità ma non è accaduto, ho risolto in un attimo la mia relazione infelice con il tempo modellando il mio viso a somiglianza di lei scolpendovi i segni della mezza età. Sono qui, appoggio le mani destra e sinistra sul pavimento di questa stanza, da qui la figura di lui tutta si confonde con le ombre ma lui non si muove, ma lui non parla ancora. Da qui sento il passaggio fitto dei ricordi minacciarmi con la speranza. Torno al mio mestiere che è quello di lasciare le ombre ai muri, i fili di rafia alle illusioni, i corpi all'esilio, la realtà al riposo.

: artigli e ali sulla carne scoperta, a volo alto.
Ma amo più di ogni altra cosa il volo, l'ubiquità e l'assenza, il miraggio negli occhi, la temperatura del vortice.

ę 1997 by Isabella Bordoni / SIAE. Tutti i diritti riservati.